Primo colloquio con lo psicologo: ansie, miti e come affrontarlo
Decidere di rivolgersi a uno psicologo è già un passo importante, e per molte persone è anche il più difficile: nei giorni prima del primo appuntamento è normale sentirsi in ansia, chiedersi cosa si dovrà dire, temere di essere giudicati o semplicemente non sapere cosa aspettarsi. Questa incertezza, spesso alimentata da immagini stereotipate della psicoterapia viste in film e serie tv, può diventare un ostacolo che rimanda o blocca del tutto la richiesta di aiuto. In questo articolo vediamo cosa succede realmente durante un primo colloquio psicologico, quali sono i miti più diffusi da sfatare e come prepararsi per affrontarlo con maggiore serenità.

Cosa succede davvero nel primo colloquio
Il primo colloquio, spesso chiamato colloquio conoscitivo o anamnestico, non è una seduta di terapia vera e propria, ma un momento reciproco di conoscenza. Lo psicologo raccoglie informazioni sulla storia personale, sul motivo della richiesta e sulle aspettative della persona, mentre quest’ultima ha modo di capire come lavora il professionista e se si sente a proprio agio nel proseguire il percorso insieme. Non è richiesto arrivare con un racconto ordinato o “completo“: è sufficiente iniziare da ciò che sembra più urgente o più semplice da esprimere in quel momento.
Questo primo incontro ha un peso specifico maggiore di quanto si pensi. Uno studio esplorativo pubblicato su Frontiers in Psychology ha rilevato che l’alleanza terapeutica, cioè la qualità della relazione di fiducia e collaborazione tra paziente e terapeuta, inizia a formarsi già nella prima seduta e tende a rimanere stabile nelle sedute successive, risultando tra i predittori più rilevanti dell’andamento del percorso (del Río Olvera et al., 2022). In altre parole, il modo in cui ci si sente accolti fin dal primo appuntamento non è un dettaglio secondario, ma una delle basi su cui si costruisce il lavoro successivo.
Durante il colloquio vengono solitamente chiarite anche le questioni pratiche: la cornice del setting (frequenza, durata, modalità in studio o online), le regole della riservatezza professionale e i limiti del segreto professionale previsti dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. Non si tratta di formalità burocratiche, ma di elementi che permettono alla persona di sapere fin da subito entro quali confini si muove il rapporto con il professionista.
I miti più comuni da sfatare
Buona parte dell’ansia legata al primo colloquio nasce da idee preconfezionate sulla psicoterapia, spesso lontane dalla realtà della pratica clinica contemporanea. Ecco alcuni dei fraintendimenti più frequenti.
| Mito | Realtà |
|---|---|
| Bisogna sdraiarsi su un lettino e raccontare tutto della propria infanzia | È un’immagine legata alla psicoanalisi classica del secolo scorso. Nella maggior parte degli approcci attuali, tra cui quello cognitivo-comportamentale, il colloquio si svolge seduti, a colloquio, e si parte dal problema attuale, non necessariamente dal passato |
| Andare dallo psicologo significa avere un disturbo grave | Ci si può rivolgere a uno psicologo anche per difficoltà transitorie, momenti di stress, dubbi decisionali o semplicemente per conoscersi meglio: non serve una diagnosi per legittimare la richiesta di aiuto |
| Bisogna raccontare tutto e subito, senza filtri | Il ritmo del racconto lo decide la persona. Il professionista è formato per accompagnare gradualmente l’esplorazione, senza forzare argomenti per cui non ci si sente ancora pronti |
| Il terapeuta giudicherà le mie scelte o mi dirà cosa fare | Il ruolo dello psicologo non è dare consigli o esprimere giudizi morali, ma offrire uno spazio di ascolto e strumenti per comprendere meglio la propria situazione e le proprie risorse |
| Se la prima seduta non “risolve” il problema o non convince subito, tanto vale interrompere | Una quota di persone abbandona il percorso nelle prime fasi: una meta-analisi su oltre 80.000 pazienti ha stimato un tasso medio di abbandono precoce del 19,7%, circa 1 persona su 5 (Swift & Greenberg, 2012). Dare al percorso il tempo di strutturarsi, soprattutto nelle prime sedute, permette spesso di valutare con più chiarezza se il lavoro insieme sta procedendo nella direzione giusta |
Come prepararsi al primo colloquio
Non esiste un modo giusto o sbagliato di presentarsi al primo appuntamento. Alcuni accorgimenti pratici possono comunque aiutare ad affrontarlo con meno tensione:
- Non è necessario preparare un discorso: può essere utile annotare in anticipo, anche solo con poche parole chiave, i motivi principali che hanno portato a chiedere un colloquio, per non temere di dimenticarli nel momento dell’incontro.
- È del tutto legittimo porre domande al professionista: sul suo approccio di lavoro, sulla formazione, su come si svolgerà indicativamente il percorso.
- Va bene anche non sapere esattamente da dove cominciare: dirlo apertamente (“non so bene da che parte iniziare“) è già un punto di partenza valido.
- Arrivare con qualche minuto di anticipo, soprattutto al primo appuntamento in uno studio mai visitato prima, riduce lo stress legato a imprevisti logistici.
Quanto dura e cosa aspettarsi dopo
Un primo colloquio dura in genere tra i 50 e i 70 minuti, un tempo pensato per permettere un primo inquadramento della situazione senza fretta. Al termine, lo psicologo condivide solitamente una prima ipotesi di lavoro e propone, se lo ritiene indicato, una cornice per gli incontri successivi: la persona è comunque sempre libera di prendersi il tempo necessario per decidere se proseguire, eventualmente anche confrontandosi con altri professionisti prima di scegliere con chi intraprendere il percorso.
Non tutti i percorsi psicologici hanno la stessa durata o lo stesso obiettivo: alcune persone cercano uno spazio di sostegno in un momento specifico, altre un lavoro più prolungato nel tempo. È il colloquio iniziale, insieme ai successivi incontri di valutazione, a permettere di delineare insieme al professionista una proposta coerente con la richiesta portata.
Se i sintomi fanno perdere tempo, provocano forte sofferenza o portano a evitare persone, luoghi o attività, è importante non sottovalutarli e chiedere il parere di un professionista. Il DOC ha sintomi, cause e rimedi ben riconosciuti dalla ricerca, ma la scelta personale del trattamento va discussa con uno psichiatra o psicologo abilitato.
Sono Guglielmo Amato, psicologo a Trento. Offro uno spazio dove l’ascolto si unisce a una personalità socievole e a una totale trasparenza: niente giudizi, niente formule preconfezionate, solo un lavoro costruito insieme. Laureato con lode in Psicologia Clinico-Dinamica (Università di Padova), lavoro ogni giorno con persone con problemi e storie diverse, con un approccio pratico e, quando serve, anche un po’ di leggerezza.
Se interessato, puoi prenotare un primo colloquio conoscitivo senza impegno.

Bibliografia
del Río Olvera, F. J., Rodríguez-Mora, Á., Senín-Calderón, C., & Rodríguez-Testal, J. F. (2022). The first session is the one that counts: An exploratory study of therapeutic alliance. Frontiers in Psychology, 13. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.1016963
Swift, J. K., & Greenberg, R. P. (2012). Premature discontinuation in adult psychotherapy: A meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 80(4), 547–559. https://doi.org/10.1037/a0028226